Olivier Mathieu : texte de prose poétique en italien.
Version revue et corrigée (fin 2024).
Le texte littéraire et poétique d’Olivier Mathieu, que voici, écrit en italien, a été publié à diverses reprises, notamment sur Internet. Il a connu plusieurs versions. Voici la version la plus récente (fin 2024).
Plusieurs corrections ont été apportées. Certaines de ces corrections sont d’ordre strictement typographiques (fautes de frappe).
Par ailleurs, certains verbes italiens étaient fautifs, et cela à cause des systèmes de “correction automatique” des ordinateurs qui, parfois, que ce soit en français ou en italien, ne corrigent nullement des erreurs mais en ajoutent! Ces formes ont donc été corrigées.
Enfin, en quelques occasions, des améliorations littéraires ont été apportées au texte, soit en enlevant quelques mots ici ou là, soit en en ajoutant. Certaines références ont semblé désormais inutiles à l’auteur, les critères de ces corrections ayant été d’une part les rectifications apportées aux erreurs commises au cours de la composition; mais aussi quelques modifications, quelques précisions apportées à ce texte en vue de l’améliorer. Ainsi, quelques paragraphes de cette prose poétique ont été supprimés. Les corrections, cependant, contribuent à faire, de cette version définitive, la meilleure.
On a opté ici pour une mise en page sans paragraphes, pour l’ensemble du texte.
O.M.

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Il testo letterario e poetico di Olivier Mathieu, che si trova qui, scritto in italiano, è stato pubblicato in diverse occasioni, in particolare su Internet. Ha avuto diverse versioni. Ecco la versione più recente (fine 2024).
Sono state apportate diverse correzioni. Alcune di queste correzioni sono di natura strettamente tipografica (errori di battitura).
Inoltre, alcuni verbi italiani erano stati scritti male, e questo a causa dei sistemi di « correzione automatica » dei computer che, a volte, sia in francese che in italiano, non correggono affatto gli errori ma ne aggiungono! Queste forme sono state quindi corrette.
Infine, in alcune occasioni, sono stati apportati miglioramenti letterari al testo, sia togliendo qualche parola qua e là, sia aggiungendone altre. Alcuni riferimenti sembravano ora superflui all’autore, poiché i criteri per queste correzioni sono stati da un lato le rettifiche apportate agli errori commessi durante la composizione ma anche alcune modifiche, alcuni chiarimenti apportati a questo testo al fine di migliorarlo. Alcuni e pochissimi paragrafi di questa prosa poetica sono stati eliminati.
Le correzioni contribuiscono a rendere questa versione definitiva (anche se molto vicina alla versione anteriore, o alle versioni anteriori) la migliore.
Abbiamo optato qui per un’impaginazione senza paragrafi, per l’intero testo.
O.M.
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C’era un paese che mi sarebbe rimasto estraneo, un paese che doveva essere bianco, come bianca era la colla con cui speravo di incollare l’unico pezzettino che mancava, sulla carta di geografia dell’Europa appesa al muro della mia stanza, nell’infanzia. Il Mar nero, ne ero convinto, doveva essere bianco. Adesso scendiamo sulla spiaggia. La notte è nera. Tre gatti bianchi ci salutano. Tre cipressi neri vigilano. La sabbia è morbida. Vanessa ha i piedi nudi, un portamento principesco, il passo felino. Gli ombrellini chiari sotto la Luna sembrano usciti da una canzone, guerrieri che sfilano, vestali, sacerdotesse vestite da veli di seta bianca, fantasmi. I gabbiani gridano nella notte. Lamenti. Grida che echeggiano attraverso le galassie. Le stelle si sono accese, inchiodate alla volta dell’infinito. Il rumore del vento nelle erbe fa all’amore con il rumore delle onde. L’acqua tiepida del Mar nero scivola tra le mie dita. La piccola chiave, Vanessa, è la chiave di volta del mondo. Vanessa, ascolti il suono della pioggia ed è la musica del nostro amore nelle profondità del Tempo che ci riempie. Rosa ti bagni, colore fior di pesco, corolla d’oro e di luce, corona di bellezza, fiore dalle più belle labbra, rosa pallida, meraviglia e ti lambisco innocente come il mare lecca inesorabilmente la sabbia levigata. Sapore del frutto proibito. Le tue cosce sono scolpite nel marmo. Gettiamo nella fucina infuocata del cuore e del corpo i metalli dell’amore. Ecco la tua pelle ricoperta da una rugiada scintillante come i diamanti del Sole mattutino sulla spiaggia infinita, lungo il Mar nero dove trema sul luccichio della sabbia l’ombra degli ombrellini. Desiderio, vertigini, ebbrezza ci trafiggono di emozioni. I tuoi occhi così grandi, così belli, così azzurri mi fissano. Hai i capelli slacciati in trecce d’oro nero. Ascolto la musica delle mie carezze sui tuoi fianchi. Rosa, la tua pelle è attraversata dall’azzurro delicato delle tue vene. La gola si stringe, il sangue batte come un orologio alle tempie, i sessi sussultano insieme. Rosa nel tuo trionfo, strizzi gli occhi e leggo tutta l’antica grandezza mediterranea che c’è in te. I tuoi occhi, spalancati nei miei, si illuminano di sontuose tempeste. L’amore è il desiderio impellente di adorare e chiedere perdono anche per un nonnulla, come le tempeste che vengono dall’altra parte del Mar nero costringono gli ombrellini ad inginocchiarsi. La sostanza dell’amore nutre le nostre vite. Ci beviamo fino al termine della notte. Le nostre bocche traboccano di nettare. Il cielo è bianco e assaporiamo l’emozione inebriante dell’aurora fuori dal Tempo, che ricorda la prima ora della prima mattina del mondo. Rosa tutta di schiuma salata, ci lecchiamo con furia perché dal fuoco siamo la fiamma, la ferita, il sale, il balsamo l’uno dell’altro. La piccola chiave, Vanessa, è la chiave di volta del mondo. punto di non ritorno. Vanessa, hai il più bel cielo che io Il abbia mai visto, apri i tuoi occhioni davanti alla tela bianca, Vanessa, tra la steppa del Tempo e il deserto dello spazio. La mia mano incantata percorre la linea leggerissima al confine della tua coscia d’oro. Alzi il tuo pennello, direttrice dell’orchestra dei colori. Vedo e non vedo attraverso la seta soleggiata del tuo vestito. Sulla tua pelle calda, lacrime salate, schiuma salata e aria salata del Mar nero. Concerto per flauto di Saverio Mercadante. Hai imparato a pensare per tanti anni, Vanessa. Adesso sei pensata dalla pittura. La vibrazione si è fatta carne. La tela geme. La pittura grida. Gli occhi piangono, ridono. L’arte esplode. Siamo al punto di non ritorno. Niente tornerà mai indietro. Dopo la tensione, la liberazione. Dopo l’irrequietezza, l’entusiasmo. Dopo l’impaziente attesa, arde l’orgasmo. Nel quadro che nasce, danzano suonatori di flauto, ballerini e sacerdotesse, personaggi mossi dalla frenesia erotica di una sarabanda. La mia lingua assapora il sale effervescente delle idee e delle sensazioni, l’anima apolliniana e l’ubriachezza dionisiaca si fondono. Il nostro amore era fatalità, Vanessa, delizia della solitudine in due. I cuori battono forte poi i respiri si placano. Apri i tuoi occhioni davanti alla tela compiuta. Luce di pioggia, da qualsiasi punto di vista, il quadro dell’essenzialità assoluta. Abito tutto in pizzo e perle, tutto bianco, indossato dalla sposa il giorno delle nozze? Cirri bianchi dalle mille forme? Cumuli bianchi con pance grigiastre? Nimbi neri che si radunano nel cielo, fanno l’amore tra loro, scoppiano proprio in luce di pioggia, a volte fuggono e scompaiono oltre l’orizzonte? Nuvole bianche di un’estate di amore e creazione? Tutto neve e oro, immenso cielo lento di luce piena e sovrana. Cielo uniformemente bianco dei giorni d’infanzia, quando una chiarezza così caratteristica precede la caduta dei primi fiocchi. Piume d’uccelli, morbide, di un’estrema finezza, dolci come la pelle d’oca. Feste scintillanti di mille luci in mille specchi di ghiaccio. Mondo di una chiara bellezza, immobile, cielo blu e Luna bianca brillante e Sole dorato. Verginità di lino bianco e di seta. Vanessa stessa, vestita di Luna, correndo di notte sulla spiaggia? Luce di pioggia. Era giugno. Da giorni, l’atmosfera bruciava. Il cielo in pochi minuti assunse un volto bianco, le nuvole grigie si accumularono e scoppiò un temporale sul mare con tuoni e pioggia. Vanessa aveva deciso di dipingere un quadro bianco. Il cielo brillava. Lampi di luce incendiavano nuvole nere, all’orizzonte. Sulla tavolozza di Vanessa, c’era un pò di cielo blu e anche un filo d’oro. Era bello stringere Vanessa tra le mie braccia, mentre dipingeva. Il suo cuore batteva forte nelle mie mani. La pioggia rumoreggiava. Un velo di seta fluttuava tra cielo e terra. Un’ultima pennellata poi, alleggerita dalla tempesta, l’aria era piena della deliziosa dolcezza delle rose bianche. Un raggio di Sole venne ad accarezzare la pelle liscia di Vanessa e la sua pittura, dove alcuni riflessi infinitamente dolci, di una chiarezza ultraterrena, si diffondevano. Le perle dell’acquazzone incidevano piccoli cerchi danzanti nelle pozzanghere, con un suono cristallino. Sulla spalla di Vanessa cadde infine una Luce di pioggia, la quintessenza delle cose che svaniscono e non muoiono mai poiché rinascono, come la Fenice. Il nostro amore. Ineffabile era la delicatezza della nascita dei suoi seni, Vanessa. Le diedi un bacio sugli occhi. Il suo corpo è la mappa di un’isola del tesoro. Come sorgente dalla roccia, lava dal cratere, lacrime di piacere palpitanti sotto le palpebre. Un lampo liquido, un fuoco, un bagliore, una canzone, una risata, un singhiozzo, una voce che sgorga, mille gustose scintille nell’intensità della passione. Un sapore che ha la fluidità della musica. L’aria del paradiso, un nettare d’amore che abolisce il Tempo. Sul Mar nero, bianchi gli ombrelloni della spiaggia nell’incendio dell’alba e del tramonto. Tutti i porti mi sembrano ospitare flottiglie avide di salpare. Il cielo delle tele di Vanessa apre prospettive di luce sonora. Venusiana principessa, di cristallo Vanessa. Assaggio la bella Ciprigna lentamente, la assaporo. Uno spruzzo bianco, tenero e vibrante si scioglie nella mia bocca. Venusiana vanessiana, la piccola chiave zampilla. La Luna si rispecchia nel Mar nero. Io e Vanessa ci vestiamo di colori, profumi e frutti. La luce dell’armonia illumina i campi con grappoli fioriti che adornano la notte che scende sul mare. Luci delle stelle e dei villaggi all’orizzonte del Mar nero senza Luna. Il vento della spiaggia freme negli ombrelloni, alti alberi bianchi, e all’improvviso sopravviene una pioggia di petali rosa come le tue guance, il tuo bocciolo si apre, si bagna di rugiada e fiorisce in mille sospiri smaltati di fiori bianchi. La Luna è caduta in fondo al Mar nero ma basta rintracciare i nostri vestiti sparsi come i sassi di Pollicino per giungere alla luce dell’alba, meraviglia d’avorio e sei tutta di puro mercurio, Vanessa, sensibilità a fior di bellezza. Danzi, corolla capovolta, pistillo di seta trasparente, amore mio di Luce vera. I gabbiani sembrano di cotone e miagolando volano via, le nuvole si gonfiano delicatamente. Sentiamo il vento sui nostri volti, grandi barche scivolano verso il mare aperto, il tuo corpo è liscio come il piumaggio dei cigni. Rosa mistica, iridescente la Luna, il tuo sesso tra le mie labbra pulsa. Vanessa sei tu la Luna, odorosa rosa. Vanessa, hai il culo più inimmaginabilmente bello. Sognante, Vanessa disegna l’Eternità primordiale. Canta un inno alla Luce. L’infinito, ampio drappeggio. Il destino del nostro amore è un sipario che si alza. Raccolti, ascoltiamo il silenzio. Sono diversi secondi di stupore e secoli di meraviglia. È la prima ora del giorno, quando solo la dea danza e verso cui, sulla spiaggia deserta, il poeta deve elevare la sua preghiera, è l’alba ed è anche il mondo prima dell’alba, è la prima mattina del mondo, a quest’ora il mondo è ancora delle dee, dei poeti, delle onde del mare e delle nuvole del cielo. È la mattina dell’amore, un giorno che non finirà, è la prima immagine: e la luce sale all’orizzonte, sussurrata. È l’innalzamento della marea, il sorgere del vento. È l’alba del giorno, l’amore che ricomincia, è il silenzio dei gabbiani che annuncia il ritorno del Sole. È un luccichio di pietre preziose e arcobaleno. È la danza delle scintillazioni di mille diamanti, è il corpo che arde di piacere. Pittrice della Luce, Vanessa doma il colore in mille carezze, mille modulazioni, meticolosamente, innocente-mente, tocco dopo tocco, nota dopo nota. L’amore cerca la luce. Vanessa crea il Giorno con colori e forme. Il Sole, la Luna, la Terra allargano le loro ali, i loro emisferi, le loro circonferenze; il Sole con i suoi raggi dorati, la Luna con i suoi raggi d’argento. Il pensiero forse è una curva che si avvolge con metronomica regolarità attorno a un punto da cui devia sempre di più prima di ritornarvi instancabilmente, come la lingua nel bacio più intimo. Accompagnato dalla musica di un violoncello che immagino adornato con una tale spirale scolpita nel legno, che si chiama voluta, il desiderio si estende indefinitamente. Il Sole, dorato come una pentola di rame in un negozio di provincia, brilla. Sui gradini di una scala invisibile che sale verso il cielo, si diffondono le nuvole che Vanessa corona e iride di apoteosi. Si avverte vagamente il momento in cui il paesaggio si addormenterà e sprofonderà nel crepuscolo al canto dei gabbiani, mentre la luce della fine della giornata evaporerà verso il cielo. Nel Mar nero, galleggia una falce di Luna che si confonde con la vela bianca di una barca. Il Sole illumina tutta l’infinità del cielo e Vanessa mi illumina tutta dentro il cuore. Vanessa, spesso fervente dei colori non cromatici (bianco, nero, grigio), dà libero sfogo al suo genio di pittrice e traduce l’emozione in un linguaggio cromatico. Questa sera, Vanessa mette una rosa sul suo cappello e un tocco di vermiglio sulla sua tavolozza. È una bella serata, colore rosa. Il Sole vesperale, ancora vigoroso, sparge attraverso lo spazio, sul Mar nero, i raggi di una luce amorevole di sangue rosso. È dorato come le lacrime del wagneriano Crepuscolo degli Dei. Le spiagge di sabbia nera indossano le loro sciarpe purpuree. I primi lampioni stanno aspettando, per accendersi in città, che il Sole si sia spento in cielo. Il paesaggio è popolato da navi visibili o invisibili. Rosso e oro, giallo, blu, rosa danzano ancora in mille colorate metamorfosi. Vanessa deposita, su questa tela che è un Libro d’Ore, Vanessa mescola ed associa ed unisce tra loro colori ed emozioni. Vanessa, esperta miniaturista del libro del cuore. Il turchese del Mar Nero si addormenta nel fuoco del crepuscolo che lentamente si unirà alla notte limpida dietro gli alberi delle navi e le vele del porto. Una giovane ragazza sfila su un bassorilievo o corre al suono dei flauti sulle spiagge del Mar nero. Sui suoi fianchi, pelle d’oca; tra le sue ali, la rosa delle sabbie. Vanessa trema al vento, la sua pelle è liscia, la perla del suo guscio è una goccia d’oro che si gonfia tra le mie labbra. Nelle mie mani, una stella. Amare è allo stesso tempo profanare e sacralizzare. Deputazione delle città dell’antica Grecia nietzschiana alle feste delle Baccanti di Olimpia, Delfi o Corinto. I fiori dei nostri abbracci adorneranno la memoria di Vanessa, nel parco dei nostri cuori si schiudono le grandi rose bianche dell’amore. È così bello reimparare a svolgere il ruolo principale nella sua vita suprema. L’amore è necessariamente fanatico, guardiano del tempio. In solenne processione, belle feste dei dipinti di Vanessa, in teorie aggraziate. È una notte, una notte d’estate, una bella notte luminosa inondata dalla luce bianca della Luna. Vanessa ha dipinto il Sole: e adesso scende la notte, la patria della Luna, la sorella del Sole, o la sua amante. Vanessa apre una tela, una finestra, un rettangolo di luce blu notturna sul Mar nero, e i riflessi lunari sussurrano dall’acqua e si proiettano sulle volte del cielo come un grido di chiarezza. Polvere di stelle, macchie d’oro fuso danzano da Via Lattea a Via Lattea, cadendo goccia a goccia. La sagoma degli ombrelli, sulla spiaggia, nella loro processione spettrale, evoca monaci incappucciati, monaci candela in mano, monaci scalzi nelle loro danze macabre, monaci che cantano inni diabolici, monaci che si disegnano sul cielo scuro. Ci vuole una grande pittrice, e tutta la sua forza poetica, per trasmutare questa teoria di ombrelli in poesia. Il cielo è una cupola di diamante nero e ci sono stati giorni di pioggia e ci sono stati giorni di Sole ma, nell’ora dell’Arte e dell’Amore, il firmamento è punteggiato di Sole e Luna, astri e disastri. Nulla svanirà. Barche a vela dormono, altre si stanno allontanando sul Mar nero. Le loro vele brillano tra la luce bionda del Sole e l’acqua turchese dell’oceano. Innumerevoli disegni di ombre e riflessi, sul mare soleggiato di Sole o di Luna. Le architetture di Vanessa, solide o liquide, si sostengono a vicenda. Gli elementi del pensiero si combinano con gli elementi della forma, come i diversi movimenti di una sinfonia musicale. Alcune linee orizzontali corrono verso l’orizzonte e altre, verticali, salgono nel cielo. Impressionismo della linea, della luce o del colore, Vanessa manifesta, ordinando i colori, le linee e le forme, la sua gioia della creazione. Diurnale notturnale. Mutandine di raso aurora, reggiseno di damasco alba, il Mar nero è turchese. Brividi corrono sui fianchi di Vanessa e ciliegie sbocciano quando il suo vestito nero scivola, in mezzo ad una schiuma vibrante di pizzo. Vanessa, Venere Callypygis ha il cielo di una cariatide. L’alba precede l’aurora. È l’ultima luce del giorno di ieri, oppure la prima luce del giorno di oggi? La luce brilla rosa dorata abbagliante sulla tela di Vanessa. Diurnale notturnale, l’amore giorno e notte. Sono la corda di un violino. La lingua di Vanessa è un archetto che suona e un pennello che dipinge l’acqua viva. La lingua di Vanessa scava nel fuoco, si ritira come la marea, torna, danza. Sulla spiaggia, gli ombrellini bianchi che chiamiamo fantasmini sono illuminati dalla Luna e dai fuochi d’artificio. Le nostre risate, i nostri sospiri ed i nostri pianti sono quelli della Fenice. L’alba, tanto imperioso è il suo desiderio implorante di sorgere, scoppia in aurora, il Sole ci illumina. La luce brilla rosa dorata abbagliante tra le ali di Vanessa. Vanessa ha gli occhi di una bambina. Si allarga il cielo. In preda all’amore, appoggio la mia bocca su due globi in madreperla, meravigliose rotondità fiorite dal Sole e dalla Luna, i due seni di Vanessa, due come le mie mani, per fortuna. Sono Atlante che porta il cielo. Vanessa, Venere Callypygis ha il culo di una cariatide. I riflessi dei tuoi dipinti, Vanessa, sono al colore ciò che la vibrazione è alla musica. La Luna è un lampione e la scena è illuminata dal riflesso del Sole. Le campane d’oro vibrano. L’amore nostro è un riflesso del divino. Dopo l’abbraccio celeste, una meravigliosa chiarezza bagna il mare in lontananza. Contemplo, nei tuoi occhi, il riflesso delle lampade che si accendono una ad una. Sono un riflesso di te, Vanessa, sei un riflesso di me? Sulle volte dei templi distrutti, ecco uno specchio per suonare, un’orchestra per illuminare. Sussurri delle onde, sospiri delle canne dei grandi organi. Niente è più tragico e gioioso dell’erotismo. Gli specchi dei nostri giochi rimettono a posto ciò che era capovolto. Il nostro primo sguardo aveva già vibrato come un bacio sulla soglia del fiore. La poltrona in velluto è rossa come la vergogna e le ciliegie. Le tue pennellate sono rimbalzi di sassi sulle onde. Sulla tastiera del tuo corpo nasce il colore sonoro, sorge nel cielo, si perde all’orizzonte. Occhi negli occhi, luce dei nostri sguardi, l’eco dell’alba e, come colori freddi e caldi si alternano, l’eco del crepuscolo. Sono io che suono, stasera, il pianoforte con la punta dell’anima. Vanessa è angelo di luce. Corpo a corpo dell’onda ad onda. Luce delle ceneri. Incendi nel Sole. Vanessa è assonanza. Vanessa echeggia. Vanessa è sonetto e sonata. Vanessa è tintinnio delle campane. Vanessa è la triplice danza del colore, del suono e del significato. Linea, colore e luce si uniscono. Lo sfuggente si inscrive nell’eternità. Ascoltiamo Franz Liszt, « Après une lecture de Dante » e la Sonata in si minore. Lento assai, allegro energico, grandioso, recitativo, andante sostenuto, allegro energico. Ci addormentiamo in mezzo al cielo, ci svegliamo in mezzo al cielo e basta aprire la finestra per osare un primo passo sulla scalinata delle nuvole. Ormai ho trovato il pezzo mancante della carta di geografia. C’erano tanti secoli che aspettavo Vanessa e che lei aspettava me. Piangiamo dall’emozione, ridiamo, creiamo, vibriamo all’unisono della bellezza. Il Mar nero non è nero. Adesso lo so. Ha il colore degli occhi di Vanessa. Davanti alla tela bianca, facciamo all’amore. Vanessa ha gli occhi turchesi. Il Mar nero ha levigato una pietra a forma di cuore, che rotola sulla spiaggia. Ha un colore un pò cielo azzurro e un pò verde mela. Vanessa mescola ed armonizza i colori nell’oro dei suoi dipinti. Il Sole rosso entra nel Mar nero. L’orizzonte è laggiù, nei quadri di Vanessa una linea tra il cielo e l’acqua, che mai raggiungerà il marinaio. La pelle di Vanessa è color Sole, più luce che colore. Fiocchi di fuoco all’orizzonte. La sabbia restituisce ai nostri sguardi un riverbero infuocato. Vanessa, sei i miei giorni di Sole e Luna nel cuore. Le mie mani sono innamorate del tuo cuore blu, il tuo cuore blu è innamorato delle mie mani. Ammiriamo i raggi obliqui del Sole già sceso sotto l’orizzonte ma che giocano ancora tra le nuvole, lassù in mezzo al cielo. Il Sole chiude le porte del giorno. Il paesaggio deserto, orlato di schiuma, è foderato da spiagge di sabbia nera. Una Luna ancora timidina sorge. Accende la sua luce d’argento all’oriente. La Luna apre le porte della notte. Nel cielo un lampo di vermiglio, un pizzico di verde, giallo dorato, rosso, arancione. Un giorno, una notte da segnare con un ciottolo blu zaffiro, turchese, azzurro. Il mare, il mare, Vanessa amore mio sotto il cielo stellato di smalto nero ed oro. Raggiungo l’orizzonte dentro di te. L’amore rosso entra nel mare. Nella luce pallida e lenta del giorno che scivola nella notte, nella fantasia degli innamorati ebbri di emozioni, gli ombrellini si trasmutano in esseri irreali, fantasmi notturni in processioni spettrali. Spettri in stracci si stagliano sul cielo bianco del Mar nero. Ecco, con la notte, i fantasmi del vento, delle nuvole, delle onde, dell’Olandese volante. La Luna bianca diffonde la sua luce sul Mar nero e si sente nella brezza il fruscio degli ombrellini e battere il cuore del mare. Gli ombrellini stanotte saranno alberi di Cuccagna nei sogni dei bambini e degli innamorati. Stasera nel suo vestito nero, la cui cinghia a volte scivola da sola, Vanessa aerea guarda la Luna. La Luna è tornata nel cielo nero, luminoso, profondo, al di sopra del Mar nero che, a me, risulta turchese. La Luna bianca getta sulle onde il suo dolce riflesso argentato. Immensità azzurra smaltata dalle vele delle stelle, il mare di morbida ceramica si corica all’infinito, sfumato, fresco, delicato. Il profumo delle rose riempie i giardini. Un raggio lunare scivola e si allunga come le zampe di un gatto. Al chiar di Luna piena, Vanessa, indossi un vestito nero. I tuoi occhi hanno la dolcezza della Luna. Il tuo corpo è chiar di Luna. Chiar di Luna è il tuo cuore. Le navi navigano sul mare aperto. Tra la luce un pò bionda della Luna e l’acqua color smeraldo, guardiamo le ombre che disegnano le nuvole sul mare soleggiato dalla Luna. Notte fiabesca di lentezza e candore. La Luna rotonda passa il suo volto incuriosito attraverso le alte finestre delle nuvole aperte sul Mar nero. Riflessi di perla lunare salgono dalle onde verso le volte del cielo. Bambino chiedevo: « Dove vanno le navi, le navi sul mare, le navi che naufragano? » Risposta, forse: le navi vanno sul mare dei tuoi occhi, Vanessa, sotto la Luna. Le onde fanno rotolare le conchiglie e rastrellano i ciottoli. La brezza solleva i tuoi capelli, Vanessa. Camminiamo i piedi nell’acqua, lungo la spiaggia. Una goccia limpida scivola sulle tue cosce e tintinna nel mio cuore. Tutto il tuo corpo gocciola e brucia nel fuoco dell’amore, i tuoi occhi luminosi brillano come frutti. Sulla spiaggia dell’albero solitario, ci abbracciamo. I tuoi occhi mi trafiggono di blu. I nostri corpi sono le tavolozze abbaglianti dei desideri. Per quanto riguarda l’amore, si verserebbe appassionatamente l’ultima goccia di sangue. Il piacere, lui, si diffonde fino all’ultima goccia del seme. Un gemito, un grido, un bagliore cristallino e poi il silenzio del Mar nero. E tu sei, Vanessa, il Sole e la Luna. Sei fonte e pioggia dell’amore. Sei mercurio e zolfo. Sei la seta più sottile, sei il colore e sei il sapore. Come l’uva esposta al Sole sulle terrazze autunnali, prima dell’inverno, fornisce un vino più dolce e più liquoroso, sei la mia ultima vendemmia, Vanessa, i tuoi seni sono i grappoli dell’ultimo raccolto. I nostri baci sono di quelli in cui si mette tutta l’anima. Il desiderio furente aumenta sempre di più, quello di cesellare il tuo corpo con la mia lingua ondeggiante. Io non ho mai toccato ed accarezzato che te, Vanessa. Lecco sul tuo corpo una goccia di acqua soleggiata del Mar nero. E mi dico che hai avuto solo con me la tua pelle d’innamorata. Improvvisamente la pioggia cade sulla spiaggia. Piovono gocce grigie e blu, provenienti da oltre l’orizzonte. Sotto l’asciugamano che ci protegge, una luminosità rosa colora i gesti e le parole. Ogni giorno è il giorno più bello della vita. Sulla mia spalla Vanessa pone la testa, da dove fuoriescono ciocche di capelli neri. L’intrigo magico d’amore è l’occasione irripetibile del momento in cui si presenta. Quando Vanessa si avvicina e che scivola il suo vestito, il mio cuore batte forte. Osservo le sue dita che picchiettano il labbro inferiore della sua bocca schiusa, a forma di cuore, color pesca. Magia della musica che risuona solo quando le nostre labbra la suonano, magia di un filtro così inebriante per noi eterni amanti, magia di un dipinto che solo i nostri occhi possono vedere. Tutte le cose che ci appartengono. Accarezzo Vanessa e tutto l’universo. Una sola carezza riempie le mie mani con i seni più belli del mondo. Vanessa è seduta di fronte al mare. Ascolta il rumore delle onde. Apre i suoi grandi occhi di Lupa finalmente innamorata. Occhi di donna, fanciulla, femme-enfant, Dea. Sotto l’arco delle sopracciglia nere, infuocati come le candele delle chiese ortodosse, i suoi occhi straripanti di tempeste languide si aprono e si chiudono ed improvvisamente si aprono di nuovo. Dico: « Apri gli occhi però », e Vanessa ubbidisce. Apre i suoi bellissimi occhi. Vanessa con la punta delle dita, con la bocca, con gli occhi mi accarezza e guardiamo con gioia, allo specchio, la nostra doppia metamorfosi. Giochiamo al gioco delle ombre delle nuvole sulle onde del mare, all’ondulazione delle carezze sotto il tessuto, seguendo il ritmo dei nostri respiri. Gira la lingua di Vanessa, come i cavalli di legno della giostra. Sono in te. Sei in me. Luce pura. Nell’ubriachezza dell’orgasmo, l’universo diventa il riflesso del nostro mondo interiore. Tuoni lontani risuonano all’orizzonte. Il Mar nero, che poi è turchese, cancella i nostri passi sulla sabbia. Il nostro intrigo magico d’amore è incancellabile. Il bacio di Vanessa è una farfalla. La lingua di Vanessa è un’ onda di schiuma, di fuoco, di vento. Vanessa ha la bocca in cuore, per il labbro superiore. La bocca di Vanessa è un quarto di mandarino. Oppure è una Luna nel suo ultimo quarto, una Luna rossa sul cielo turchese del Mar nero, per il labbro inferiore. La bocca di Vanessa è un suo pennello. Quando la sua bocca purpurea ed i suoi occhi di giacinto blu mi sorridono, ci sono più stelle nel cielo. Vanessa si lecca le labbra come per confessare il suo piacere di concedermi, adesso, un bacio indiscreto. Bacio le sue labbra leggermente umide e il disegno delle piccole linee disegnate su di esse, in un bacio pungente di amore e passione. La bacio in bocca. La bacio sugli occhi. Mi infiltro tra le sue labbra. Raccolgo il suo respiro. Delirio del desiderio. Tutto è sensibile. Il bacio di Vanessa stordisce, il bacio di Vanessa abbaglia. Bacio dal cuor leggero, gustoso come un Sole estivo verso di cui corriamo e che si schianta sulla pelle. Bruciante come il mare che lecca inesorabilmente le rocce venate. Scintillanti eternità di bellezza. La lingua di Vanessa è la danza nuda delle onde salate e voluttuose. Siamo inginocchiati nella sabbia del Mar nero. Vanessa ha le labbra che ridono e gli occhi che guardano, vedono, dipingono. La lingua di Vanessa è dono totale, miele delle delizie estreme, incomparabile succo d’amore. Io e Vanessa bocca a bocca, cuore a cuore, corpo a corpo. La bocca di Vanessa è uno sbattere d’ali. La sua lingua è un soffio di brezza che sussurra, sottile come il muschio, sulla mia pelle dove Vanessa versa la tenerezza fresca, che si snoda e serpeggia tra le sinuosità della fantasia, di una pioggia d’estate. Vanessa ha il cielo fermo e in punta dell’adolescenza, il cielo di Vanessa le cui curve accarezzo con le mie mani e con i miei occhi. Come gli amori rappresentati nudi, Vanessa è cielo nudo d’amore. Danza immobile sotto la luna che oscilla, su qualche altalena, davanti alla finestra. Sotto la luna della notte, sotto il sole dell’alba Vanessa, artista pura, si sdraia in sfinge – busto di donna, ali d’aquila, occhi di lupa – e il suo fascino sposa le sue sinuosità. Il suo stesso enigma riempie di infinito gli occhi della dea. E la nostra immaginazione si inginocchia davanti agli altari dell’arte, respiriamo l’aroma del mare e delle erbe al sole, ripetiamo le parole delle nostre liturgie erotiche, inventiamo il fervore del nostro amore. Quando le dita sono febbrili e slacciano i vestiti seminati al vento, quando le bocche accarezzano, quando le voci implorano come bambini in lacrime. Quando gli occhi si mescolano con gli occhi, le lingue con le lingue. La carne si divora. Si sente il piacere che sgorga, incoercibile, ora, tra le labbra dell’anima. Desiderio supremo di adorarsi, di inginocchiarsi ovunque, in qualsiasi momento, desideri del corpo e del cuore, desideri irresistibili e tempeste provenienti dal più intimo di noi, che salgono verso le stelle e la cui dolce violenza costringe gli amanti a inchinarsi l’uno davanti all’altro, umilmente, orgogliosamente, amorevolmente. E la mia lingua, le mie dita seguono strade lente ed indiscrete e dolci tra le glorie di Vanessa: il suo cielo diviso in due metà, la sua gola ottagonale; il suo petto così ben modellato, capezzoli di Venere, i suoi seni in pera, abbondanti, pesanti nella mia mano; e il suo ventre così emozionante. Accarezzo il cielo. Il cielo di Vanessa. Gli occhi di Vanessa brillano, infinitamente belli, luminosi. Ha delle spille tra i capelli, i suoi bellissimi capelli liberi che corrono lungo le sue spalle. Le torce delle stelle accendono nel cielo le loro luci dorate. Vanessa ha gli occhi verde mare, io azzurri. Vanessa, regina di luce tutta d’argento, scintillante come le vetrate di una basilica sotto il Sole, lascia fluttuare la sua lunga gonna dietro di sé. Per tre volte Vanessa sdraiata nella seta della notte sgorga. Folgorazione infuocata. La sua mano si appoggia nella mia. Quando soccombe al piacere, l’unghia delle sue dita si inscrive nella mia pelle. Bacio il suo guscio, che effluisce d’amore al chiar di Luna come l’edera abbraccia le querce, e le nuvole le nuvole. Ci amiamo perché bramiamo l’amore. Ci amiamo per libertà. Giochiamo al gioco della timidezza, tra pudore ed impudico abbandono. I nostri occhi spalancati osservano la preda complice nel piacere. Nel guscio di madreperla dove splende il Sole, sulla pelle di Vanessa dove assaporo il sale, si forma una goccia di Tempo allo stato puro. Si cristallizza il desiderio. Il corpo di Vanessa si torce, brucia, esulta. Scorro, lava fusa, fiume irresistibile. Attraverso la fessura degli occhi, la luce dell’amore e dell’arte. Vanessa apre i suoi grandi occhi chiari e comincia l’incanto di un nuovo giorno. C’era una volta una bambina, Vanessa, che chiamavano con una parola francese, « Mignonne ». Vanessa a volte apprezza le etimologie fantasiose e pensava che « mignonne » volesse dire piccola. Le spiego. Vanessa, credo, apprezza le mie spiegazioni. Alla fine della notte, le nostre mani si addicono ancora alle carezze. Come la Luna d’argento nel Mar nero dove serpeggia, le mie dita di rabdomante scivolano nei solchi del destino. Le pareti della stanza sono rosa. La luce pura dell’alba attraversa le tende. Le guance di Vanessa, che arrossisce, diventano purpuree. Il sesso di Vanessa è una rosa dei venti, una bussola del nostro viaggio, una rosa delle sabbie. Si ripete ogni mattina l’eterna avventura della rosa costantemente rifiorita di Vanessa, nel giardino del suo abbandono. « Amore, andiamo a vedere se la rosa che stamane aveva dischiuso la sua veste di porpora al Sole »… Vanessa apprezza, credo, le mie lezioncine private di letteratura francese. I miei occhi si fanno più scuri e quelli di Vanessa sono pieni di lacrime abbondanti. Il cielo si bagna di Sole. Il sesso di Vanessa è un fiore, una rosa nel gusto delle decorazioni di una volta su porcellana, una rosa come quella che adorna l’armadio. I piccioni tubano in lontananza e Vanessa ride e mi inonda di gioia. La risata di Vanessa è un’acqua musicale limpida come il bacio delle sue labbra fresche sulla mia carne, che si consuma nella febbre del desiderio. Nei dialoghi degli amanti, tutto sembra un gioco di rime che consiste nel ripetere la stessa parola alla fine di ogni verso. Vanessa non è « mignonne ». È bella. È sublime. Il mondo è improvvisamente pieno di scintille divine. L’amore ci trasfigura. Vibriamo. Siamo una sola campana d’oro. Chiudiamo gli occhi per ritrovare il respiro. I nostri corpi non hanno più peso. Riapriamo gli occhi. Ti amo. Ti amo, ripete l’eco. Vanessa apre i suoi occhi azzurri ed è l’inizio di una nuova giornata d’estate. Succede una sola volta nella vita, uno sguardo così. Le sue guance hanno una carnagione fresca e rossa. L’emozione di aver fatto l’amore stanotte con Vanessa, emozione ciliegia. Intravedo altre due ciliegie attraverso la sua camicia bianca, traforata e che sembra una filigrana. Vanessa ha un’arte sottile, Vanessa è l’amante delle atmosfere ellittiche e dei dipinti allusionisti. L’amore per lei è dentelles. In lontananza, l’orizzonte cinge il Mar nero. Le navi, più numerose che mai in questo crocevia marino, scivolano sull’acqua e le loro sagome si allontanano. La mia mano accarezza la carne dorata ovale e liscia di Vanessa. Attraverso le sue cosce contemplo la baia triangolare del mare turchese orlato di schiuma. In onde impercettibili, le belle dita affusolate di Vanessa, così abili da maneggiare il pennello e da accarezzare il pianoforte dei colori, e la sua bocca emozione ciliegia, e la baia triangolare del mare turchese orlato di schiuma, mi ricevono. Vanessa mi accoglie. La sua pelle esala i deliziosi profumi delle ultime rose estive del Mar nero. Non sarà possibile respirarli quando sarò tra i morti. Oggi è il regno delle sensazioni immortali. Morire è impossibile. C’è una sola necessità, rallegrarsi, gioire, esultare, appagare i sensi, godere, per non morire mai più. In lacrime e risate, i nostri corpi a corpi si incidono nella cera del destino. Non svaniranno mai. Tutto ciò che era separato in due parti, tutto ciò che era diviso viene improvvisamente riunito, ricostruito in un unico corpo, uno spirito solo. Ammiro i capelli di Vanessa, pettinati all’antica, che incorniciano l’ovale del suo viso, i suoi bellissimi capelli neri, ben levigati in fasce, sollevati sopra la nuca sottile venata di blu. Ammiro le sue labbra di ciliegia e la baia triangolare del mare turchese orlato di schiuma. Il corpo di Vanessa mi scolpisce, mi lavora come il metallo, mi ara, mi modella. Trabocco di felicità, la pienezza di Vanessa mi riempie, lei è il sogno della mia vita. Tutto è così tenero, la fiducia è così limpida che baci, abbracci, orgasmi non mi ricordano nulla di ciò che abbia mai provato in passato. Dovremo inventare parole nuove. Ho fatto all’amore una volta sola in vita mia. Con te, Vanessa. Fare all’amore con te non ha avuto precedenti e non si ripeterà mai. Per noi, fare all’amore può soltanto essere la prima oppure l’ultima volta. Forgiamo amore, arte, erotismo secondo forme esistenziali ed artistiche che non hanno niente di ordinario. Ogni mattina, ci amiamo di più. La spada ha riacquistato la sua guaina originale. Vanessa ha raccolto il mio cuore ferito. Vanessa resuscita tutto ciò che era morto. Vanessa profuma di bellezza le rovine del mondo moderno. Siamo un accordo perfetto maggiore e un accordo perfetto minore e, nel nostro abbraccio perfetto, ci amiamo in nome di una nuova estetica amorosa. La nostra. A volte facciamo l’amore piangendo dalla gioia. Aroma inebriante dell’eterno presente. Sulla sua pelle di raso, trema l’ombra di un’impercettibile peluria di Sole biondo. Le nuvole bianche dell’alba si tingono di blu. Le ombre della notte si dissipano. Vedo la felicità negli occhi di Vanessa, la stessa che lei diffonde su di me. I suoi occhi hanno la trasparenza del cielo. Non diciamo che stiamo bene. Diciamo che stiamo bello. E stiamo così belli, avendo gettato l’ancora nella baia triangolare del mare turchese orlato di schiuma. Vanessa ha gli occhi azzurri, i capelli neri come le figlie della Magna Grecia, fianchi di ninfa, bocca affascinante. La sua mano, la sua bocca depositano sulla mia pelle il fascino mortale delle carezze dei nostri giochi sul velluto purpureo. Tra le onde del mare azzurro, Vanessa bagna il suo piede di marmo e d’oro e il vento le slega nel vento i capelli che le mie mani intrecciano sulla sua fronte nel culto dell’amore, della bellezza e dell’erotismo. E se tu non mi amassi più, morirei. Con i suoi occhi di cristallo puro, Vanessa innocente legge il libro dei miei occhi e scarta di tanto in tanto con un gesto l’erpice dei suoi capelli. Vanessa vestale, Vanessa baccante a cui chiedo perdono per averla tradita in passato, prima di conoscerla e poi la conosco. Sotto la voluttà, la pace dell’eternità. Vanessa lungo il Mar nero cammina, balla, estatica, ieratica, nella sua casta impudica eterna nudità. Vanessa sorride, sorriso di marmo, i suoi baci sussurrano l’amore alla mia anima. Lei ama solo me, io amo solo lei e le onde della passione scivolano l’una sull’altra, come il mare sulla sabbia bagnata. I capelli di Vanessa volano al vento, il nostro romanzo si scrive giorno dopo giorno. Vanessa è mia. Sulla sabbia, conchiglie venute dalle profondità, detriti di alghe, tronchi d’alberi, relitti di legno. Il tuo corpo culmina nel cielo della stanza. I gabbiani dalle ali bianche attraversano il cielo, cantano, ridono, sogghignano. Le onde del mare turchese, di notte, dormono. Il tuo corpo è un continente dove nulla assomiglia alle rive di ieri. I corpi nudi nella notte infuocata tremano, agitati da onde lenti. Così a volte il poeta abbraccia, prima di morire, l’amore perfetto. L’alba è tenera. La sua bellezza si riflette sul tuo viso, Vanessa. Ha il colore brillante dei papaveri nel vento estivo. Ci sono gatti neri, bianchi, grigi con occhi verdi, gialli, di pietre preziose. Amo la fiamma dei tuoi occhi. Le vene blu della tua pelle dorata. Il tuo guscio di cristallo. Un raggio magico dei tuoi occhi, tutta l’immensità blu delle galassie. Sui tuoi piedi ancora imperlati di sabbia nera brillano granelli di sabbia argentata. La tua risata, che tintinna lungo il mare, ha il suono del cristallo. La statua del tuo corpo si erge verso il cielo nero della notte e poi verso il cielo bianco dell’alba. Vanessa, sei la più rara delle farfalle. Con una straordinaria acuità, uno lungo spasmo di incredibile liberazione ti trafigge. I tuoi gemiti sono una musica che sale nell’aria fino al punto di estrema risonanza. Le stelle brillano più luminose ai primi raggi del Sole che si trova ancora sotto l’orizzonte del giorno nuovo. Una luce lattiginosa si sta diffondendo. È il primo abbraccio d’amore nella prima ora del primo mattino del mondo. Ti riempio e ti assaporo con delizia. A volte ti amo, forse, con l’amore che emerge ancora nell’anima di un cane arrapato, ti amo con l’amore di chi desidera sposarti e nello stesso tempo viene trasportato dall’incoercibile ossessione di soggiogarti. Voglio stuprarti, voglio sposarti. Le nostra grida orgasmiche si mescolano a quelle dei gabbiani. Vanessa, sei tutta di cristallo. Nel grande silenzio sfavilla lo specchio, e all’orizzonte il Mar nero. Le mie dita suonano il pianoforte del tuo corpo. Il desiderio brucia come il vibrato del violinista, oscillazione del dito che preme sulla corda pizzicata o strofinata. Il tuo corpo è numero d’oro, proporzione divina, la tua anima chiave mistica della bellezza e dell’armonia, e ci chiediamo perdono di esserci traditi prima di conoscerci. L’emozione riempie lo specchio, le voci si soffocano, gli occhi scoppiano in una pioggia estiva di lacrime. Con un colpo d’occhio guardi la mia mano sulla tua fronte e ti chiedo perdono, mi chiedi perdono, senza parlare. Siamo qui, regina e re di Cuori, davanti alla tastiera del destino, strumento dai tasti vellutati. Sul Mar nero, le onde rimbombano, i sospiri dei gabbiani riempiono l’atmosfera. Entusiasmo vertiginoso, effervescenza d’amore. Una mia mano sul tuo ventre, l’altra sul tuo petto, suoniamo un pezzo composto per pianoforte a quattro mani. Lo specchio acquista una vita propria, la sua bellezza si mescola con la luce che scende dal cielo per ravvivare i nostri corpi. Sull’armadio ligneo, affreschi di ombre e di luce come un arazzo ricamato con pazienza. Una collana di perle serpeggia sul velluto purpureo. Freschezza dei tuoi segreti, felicità di correre a piedi nudi sulla spiaggia. Il tuo corpo si cristallizza contro il mio e si lascia trasportare dal suo proprio tremore. Io e te fuori dallo specchio di cristallo, e nello specchio, di cristallo, noi. Porto la mano sulla tua fronte. La mia mano ti avvolge, sento il tuo sguardo sulla mia mano, mi penetra il tuo sguardo, è uno sguardo che dice più di tutte le parole, la mia mano gioca tra i tuoi capelli. Ti guido e sono guidato. Il desiderio oscilla al ritmo delle mani, nelle mie ecco le tue lune rotonde, con la pazienza dell’acqua che fa rotolare le pietre sulla spiaggia e le lucida da millenni. I tuoi occhi ridono, anche la tua bocca. La tua voce è acuta, soave. Bocca di fiamma e labbra di miele, ti guardo bere, a piccoli sorsi, bere con la bocca, la tua bocca, lentamente, lentamente, lentamente con la tua bocca bevi, con la tua bocca mi bevi. Così a volte, su di un tappeto bianco cosparso di petali e monete, la sposa liba un bicchiere d’acqua ricevuto da sua madre. Bevi ed è uno zampillo lento, che ascende da così lontano, preghiera giaculatoria insistentemente ripetuta, irriducibile. Bevi ed è uno zampillo improvviso, teso, vibrante, infinito che si fonde nello spazio, oltre il Tempo e ci riporta alle vette dell’Olimpo, qualche millennio fa. Così viene dato agli sposi del pane e del miele. Mi bevi a centellini, Vanessa. Come ai tempi della cavalleria il futuro cavaliere veniva colpito con la spada ti armo, con la mia mano, dama d’amore. Il cuore inginocchiato davanti all’altare dell’arte, l’altare del corpo inginocchiato in preghiera, nel fervore, liturgia della passione, aroma del cuore. Vanessa amore mio. Vanessa Luna, raggio di Luna, Vanessa Marte, Carnevale veneziano e maschere, Vanessa Mercurio, potere di purificare e fissare l’oro, Vanessa Giove, settimana dei quattro giovedì, Vanessa Venere, Dea di bellezza ed amore, bronzo alchemico, Vanessa Saturno, pietra filosofica quando l’artista sa di essere sulla strada giusta, Vanessa Sole, statua di Prassitele, Michelangelo, Arno Breker. Ricordo la mia infanzia al mare in Normandia, e le tonalità del cielo grigio, l’azzurro delle ardesie dei tetti, e le pareti rosa salmone della mia stanza. Non sapevo cosa fosse il Liscio. Lecco il Liscio. Lo scolpisco. Poi, dopo la carezza della mia mano, dei miei occhi, della mia lingua, il Liscio si riforma così come il cielo quando la scia di una nuvola cessa di attraversarlo. Non più in Normandia ma dall’altra parte dell’Europa, sul Mar nero, il Sole dell’alba, un controluce dorato da cui affiorano le tue gambe statuarie. Le pareti della stanza sono rosa salmone. Si sente distintamente il respiro delle onde sulla spiaggia di sabbia nera. Amore dolce e selvaggio. Tremiamo come al vento un libro scritto poesia dopo poesia, un libro spogliato pagina dopo pagina. Ogni onda ha un sospiro e ogni sospiro ha un’eco nelle nostre anime, a bassa voce. Ti svesto. I tuoi vestiti scivolano. La tua bocca ha un broncio di conchiglia, il tuo guscio un broncio di labbra. Sotto le mie dita quasi immobili, la perla si gonfia, la perla più bella dell’alba. Ha il colore dell’oriente rosa che emerge all’orizzonte, lucente, perla unta dal miele. Così i miliardi di frammenti del Tempo della nostra storia d’amore, così le nostre ore simili ai ciottoli dei letti dei torrenti e dei fiumi che corrono fino al mare, il cui andirivieni della marea liscia. Il Liscio si riforma così come l’acqua del Mar nero che, di notte, rantola in un orgasmo cosmico. Ogni onda ha un sospiro e ogni sospiro ha un’eco nelle nostre anime, gridando. Sotto le nuvole leggere, il Mar nero, la limpidezza della notte. Il cielo della notte chiara fa ruzzolare le acque di una Luna così a lungo assente. Nebbie di calore si formano all’orizzonte. Sembra schiuma. La perla più bella dell’alba fiorisce. Il piacere del nuovo giorno cresce. Gli ombrelloni della spiaggia ci spiano, bianchi innumerevoli fantasmini bianchi, che sbattono sotto i baci della brezza. Vanessa, il tuo petto si alza e si abbassa. Purezza marmorea. La notte balla a piedi nudi. Mai conosciuto un abbraccio così. Ricordo la mia infanzia al mare, in Normandia, e le tonalità del cielo grigio, l’azzurro delle ardesie dei tetti, e le pareti rosa salmone della mia stanza. Non sapevo cosa fosse il Liscio. Ora lo so. Cielo traslucido, notte infuocata e profonda. Sirena aggraziata, Vanessa, la tua pelle di ambra è calda di Sole. Freschi sono i tuoi seni sodi. I tuoi baci, maga del ritmo e del movimento, cristallizzano l’incanto dell’amore nella magia del momento. La tua voce si unisce al mormorio delle acque del Mar nero. Angelo della pittura, strega del colore, Sibilla, apri e sfogli e leggi il libro del nostro destino sul Mare interno dell’Amore, Vanessa, prima dell’inverno. Sacrilego e sacro, il nostro amore. Hai ventisette anni meno di me, Vanessa, incantatrice dai poteri meravigliosi, afrodisiaca la tua lingua balla. Le tue cosce hanno il calore del giorno sulla pietra dei vicoli veneziani, al crepuscolo, quando la polvere danza negli ultimi raggi del Sole. Disegno, sullo specchio lucido delle tue cosce, carezze. Il tuo corpo ha il vellutato del raso. Le mie dita seguono gli arabeschi delle tue vene, sotto la pelle dorata. Scuoiato vivo, assaporo i tuoi baci al più sensibile di me. È disgelo della primavera, il tuo sguardo, la tua bocca calda, la tua lingua fresca, il cuore che batte, le sorgenti a lungo imprigionate e finalmente libere. Siamo nudi ed è un abbraccio materno, incestuoso, un desiderio furioso e tenero, amare fino alla furia, un abbraccio di amanti, l’innocenza, la purezza, il perdono, l’idealismo dell’hybris. Vanessa, unico abbraccio d’amore della mia vita. La Luna è piena. La tua pelle è di marmo d’oro e bianco. Il Mar nero è turchese e la Luna si nasconde. Poi, la sua chiarezza onirica si estende lungo il Mar nero dove galleggia il profumo delle ultime rose della stagione. La Luna passa davanti alla nostra finestra e poi va a dormire. La Luna è una spia, è uno specchio che riflette il mondo, le carezze ed i sospiri degli innamorati. La Luna è una guardona che osserva, dal cielo, noi che ci amiamo sulla terra. I nostri passi sono inscritti nella sabbia, la tela è colma di vernice, le pagine di inchiostro, mi addormento nel tuo corpo e il tempo è bello, il tempo atmosferico, il passare del Tempo, il Tempo delle nostre vite, i tempi della vita, la Luna ci dice arrivederci, stasera ancora più piena sarò. Bevi la luce della Luna. Il Mar nero è turchese. La Luna si eclissa e l’amore rimane. Sulle rive del Mar nero, che è turchese, dall’orizzonte la Luna sorge, rosa, inonda le onde con i suoi fuochi d’argento, diffonde le sue chiarezze come seme d’amore di una pioggia primaverile sulle colline in forma dei tuoi seni, che lo ricevono. La Luna è il capezzolo di una Venere amazzonica, la luce della Luna cosparge i tuoi seni, boccioli di rosa marmorei di fanciulla. La Luna è l’anima dei morti. La Luna è un palloncino di bambini, cuore di farfalla nel cielo, un palloncino che si arrampica velocemente, sollevato dal vento, così il nostro amore che nulla riporterà alla pesantezza umana. La Luna è un asterisco, la Luna è il tuo guscio e la sua perla pregiata unta di miele sotto la mia lingua, la Luna è l’oro del primo mattino del mondo, la Luna è la pepita che pulsa tra le tue gambe. Ti scrivo e ti scolpisco nel tuo splendore, lunisolare Vanessa dagli occhi azzurri e rotoli sotto, sopra, nei lenzuoli di Luna, come fa l’onda. La Luna, fiocco di fuoco. I suoi riflessi gialli e rosa diventano argento, candore immacolato. Il cielo notturno d’inchiostro si scurisce. La Luna si inclina verso di noi e divora lo spazio come le bocche l’uno dell’altro. Siamo prigionieri del deserto che, per tanto tempo, non avrebbero bevuto. E beviamo. Così le nostre notti d’amore tra due Soli. Verso le cime della volta celeste dove le stelle brillano più che mai in schiuma di luce, la Luna è un lampo, la Luna è lo specchio dove si riflette il nostro amore, amore a prima vista, e le mie mani indugiano su di te. I raggi della Luna sono scale di seta e le tue mani indugiano su di me, la tua bocca ha sete, le tue mani di seta, dita di seta, bocca di sete, Vanessa, la Luna è un diamante in un bicchiere e vi ballano riflessi, la marea si innalza e la Luna ammorbidisce i rumori. La voce delle onde sulla sabbia nera. La musica della mia lingua nelle cavità della tua carne. E sorbiamo ancora, nelle fessure dei corpi, le fonti inesauribili del piacere e ruggisce il Mar nero striato di onde tremanti. E la Luna splende nella notte, beviamo lentamente, sorseggiamo l’innocenza fino all’ultima goccia, sussurra la Luna, e il piacere a volte sale così lentamente, come la Luna lassù. La Luna è sospesa e poi quando non la guardiamo più, fugge fuori dalla cornice della finestra per lasciarci al buio quando cadiamo esausti nel sonno. Sul pianoforte di Vanessa, da un capezzolo all’altro, suono sulle sue ottave, i suoi capezzoli di ebano sotto il Sole, i suoi capezzoli d’avorio sotto la Luna, io e Vanessa suoniamo allo stesso tempo la nota della Luna, la nota d’amore, e poi la sua ottava, la stessa nota della tonica situata un’ottava più in alto. La Luna è alla sua distanza più breve dalla Terra, io e Vanessa siamo al perigeo. Sorge il piacere in lampi orgasmici di Luna nell’esaltazione dell’amore più bello di una vita. La Luna vola e si libra nella fluidità musicale della sua luce eterna. È la piena notte, la notte piena d’amore della Luna del Cervo, Luna piena di mezzanotte, pieno Sole di mezzogiorno, pieno mare, pieno amore. Sul volto di Vanessa sono incastonati, come diamanti, due grandi occhi azzurri. Il mare, il cielo, il vento nei capelli di una donzella vivace sulla spiaggia. Il vento della vita scioglie i nodi terreni inutili. Le nostre anime si sono riconosciute. Gli occhi di Vanessa assomigliano a quelli di mia madre. L’anima del mio amore fa rivivere le anime dei morti. L’arte, l’amore, la bellezza sono la nostra unica passeggiata sulla spiaggia dell’esistenza e poi ci sarà la pace della morte e finalmente, potremo sfuggire alla terribile noia della mediocrità umana. La spiaggia è di sabbia nera. Di notte, ombrelloni bianchi e multicolori. I bambini giocano a costruire castelli di sabbia. Sul volto di Vanessa sono incastonati, come due diamanti, grandi occhi azzurri. Il vento nel vestito fiorito della pittrice. Gli artisti giocano a creare capolavori. La metempsicosi è il passaggio dell’anima dal cuore al cuore, dal corpo al corpo, Alchemilla d’arte-amore. Nel profondo dei nostri cuori, l’infanzia e l’eternità. Grandi onde selvagge sul Mar nero che è turchese, ci stringiamo, le nostre ali tremanti si spalancano. Le cose più belle che un artista possa ricreare sono le sensazioni che il ricordo riporta davanti ai suoi occhi, il vento dell’infanzia in riva al mare, i primi giorni della giovinezza e poi i lunghi giorni della mia eternità, quando sarò un povero morto. Tutto ciò che è bello al mondo è un solo momento indivisibile. Mia madre è morta e le tenevo la mano. È una cosa atroce, l’agonia in una stanza d’ospedale, il petto che esplode, l’amore che sanguina, questa sofferenza scritta sulla superficie del Tempo, il dolore del cuore scorticato. Morì come era nata, mia madre, un venerdì nel Sole nascente. Morì in orribili torture, nella crudele separazione di anima e corpo, e tenni gli occhi fissi sugli occhi di mia madre. L’ultimo respiro, dai suoi polmoni metastatizzati, fuggì attraverso la sua bocca. Il suo cuore smise di battere e i suoi occhi rimasero aperti. La figura di mia madre era livida e inanimata, ma serena. Si chiusero i suoi occhi verdi e blu di cielo smeraldo, poi gli uomini hanno piantato chiodi sulla bara. Mia madre era pronta per tutte le notti della lunga morte. Vanessa nasce al giorno e le tengo la mano. Ogni mattina, i nostri occhi grandi e chiari si risvegliano insieme, la giornata è incantata da una nostra risata cristallina. Vanessa, grazia in movimento, desiderio insaziabile, deliziose inflessioni della sua voce di limone. Amore eterno, amore immortale, il piacere rinasce nel desiderio come la Fenice dalle sue ceneri. Eternità senza inizio, senza fine. La piccola morte sta levitando ed è amore che si unisce con l’amore, dentro l’amore. L’eternità sta per morire e sta per ricominciare l’eternità. Il Sole non si spegnerà mai e se rotola a lungo, notte nella notte, attraverso il Nulla, incontrerà un altro Sole, un giorno o l’altro, per riaccendere la passione, l’emozione, l’erotismo. Così sgorga lo sperma, così scorre l’anima, così attraversa i millenni il fiume dell’amore, dalla sorgente al mare. Gli occhi verdi e blu di cielo cyprine di Vanessa si infervorano. Il suo corpo si apre per ricevermi. Il Mar nero è turchese. Vedo nei tuoi occhi, Vanessa, le nuvole della mia infanzia. È stata estenuante l’attesa dolorosa che ci consumava. Non ho dimenticato che Ovidio è morto qui. Non ho dimenticato Vintila Horia. Non ho dimenticato le statue degli ultimi Dei del Novecento, ridotte in polvere, e come brillavano gli occhi del mio amico Arno Breker, che le aveva scolpite. Non ho dimenticato Metamorphosen di Richard Strauss. I vermi hanno divorato mia madre morta, i vermi hanno divorato i miei amici morti, i pochi che meritassero il nome di uomini nel mondo moderno dell’inferiorità. Poi, attraverso la tela, dall’altra parte, Vanessa. Non ho dimenticato che l’ultimo atto dovrà esser degno di tutto il destino. Non ho dimenticato che un giorno sarò morto e tu, Vanessa, sarai viva. Il Mar nero sarà turchese e il cielo costellato da astri in piccoli pezzi di carta, come pagine strappate a vecchi quaderni. I vermi mi divoreranno. Probabilmente ecco perché, a volte, i nostri volti si inondano di lacrime mentre facciamo all’amore. Vanessa ha la finezza aerea delle giovani ragazze la sera del primo ballo. Qui, la Luna appare tre notti al mese, sul Mar nero, tre notti di Luna piena; qui, i gabbiani tacciono mentre l’estate già se ne va verso l’autunno; qui, facciamo l’amore dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Vanessa, come una bambina che succhia un bastoncino di zucchero d’orzo scioglie tutta la mia sostanza in bocca e mi guarda con i suoi occhi azzurri come le acque della laguna veneziana succhiano le gondole al ritmo dell’amore, e un piacere fino ad oggi sconosciuto si confonde nella mia anima con le stelle cadenti, ci sono delle ombre nella trasparenza delle tende chiare come un abito da sposa, ci sono sagome, fantasmi, a lume di candela, a lume di Luna. Vanessa arco, ponte, arcobaleno, il suo corpo si inarca, il suo corpo tocca solo con i capelli e con i piedi il letto dalle lenzuola fresche, nella notte torrida. Vanessa, una barca che affonda nel Mar nero tra le nuvole del cielo e le tende di tulle attraversate dal vento fresco, e la prua dei suoi seni e la poppa delle sue natiche di Venere Callypygis solcano il mare, spaziano, dondolano. Vanessa è la Dea delle onde, regna sul mare che apre con la sua chiglia, stende i suoi veli bianchi, i suoi vestiti di seta e sotto la volta del cielo ricade sulla terra sopraffatta dal proprio respiro. Anche le sue labbra si inarcano e tratteggiano la sua bocca dove giocano le sue dita lunghe e affusolate. I suoi seni sembrano i seni di una fanciulla, si ergono, i suoi seni di Luna piena. Pantera, aquila, cigno, i suoi fianchi sono flessibili, statua di marmo dai reni di bronzo. Il suo corpo, da un secondo all’altro, si inarca ancora, ancora, di più. Si immobilizza in un batticuore infinito, al culmine del piacere, ancora. Sulla spiaggia, la processione danzata dei fantasmi, e nel cielo le Lune piene che sono scomparse una dopo l’altra, e ogni amore deve subire la morte. Ricordo le danze macabre del vecchio maestro François Villon e, ogni sera, la Morte mi dà il suo tragico avvertimento sul destino e so che finirò, scheletro, nei misteri e miracoli degli amori morti. La morte, la vita, l’amore danzano, ancora, ancora, e poi un giorno dovrò rassegnarmi all’ultimo saluto, ancora qualche abbraccio, qualche bacio indiscreto e poi un giorno dovrò rassegnarmi all’ultimo salto. Anch’io entrerò nella danza del Maccabeo, la danza di Thanatos dopo la danza dell’Eros. Sarebbe bello morire tra le braccia di Vanessa. Devo segnare la sua memoria per tutto il Tempo prima di me, per tutto il Tempo dopo di me, io che voglio essere il suo più grande amore, il suo unico amore, cancellare le ombre del passato, le ombre del futuro, le ombre di quando come stasera il cielo sarà rosa e viola sul Mar nero, quando la luce e l’ombra faranno l’amore nelle tende di tulle che galleggeranno nel vento fresco, come stanotte, nella notte torrida mentre io, che avrò fatto l’arcobaleno con Vanessa (come il Sole nel suo arco diurno, sopra l’orizzonte, e come la Luna nel suo arco notturno, sotto l’orizzonte), mentre io, che avrò fatto l’inarcamento con Vanessa sarò morto e con un povero cappotto pieno di buchi, scheletro cavalcherò la notte sinistra e piangerò in mezzo all’esercito degli amori dimenticati, implorerò di fare di nuovo inarcarsi Vanessa, finis gloriae mundi, pesante sarà il sudario, marcirò, mi sbriciolerò nella polvere. Quando la sabbia è calda, brucia, ustiona le piante dei piedi così fortemente che bisogna correre verso il Mar nero che è turchese, così nel silenzio luminoso del mattino, nell’ombra stellata della sera, la tua lingua fresca corre, la tua lingua beve, la tua lingua chiede perdono, la tua lingua mi versa pace. La tua lingua lenisce il mio cuore ferito, la tua lingua mi consola, la tua lingua scivola sulla lacerazione del desiderio quando il pavimento è duro sotto le ginocchia, il pavimento che ruota come la giostra dell’infanzia. Così nel silenzio luminoso del mattino, nell’ombra stellata della sera, la mia lingua insaziabile corre, la mia lingua scalpella ogni secondo nell’increspatura di tutta la notte, la mia lingua chiede perdono, la mia lingua ti versa pace, la mia lingua lenisce il tuo cuore ferito, la mia lingua ti consola, la mia lingua scivola sulla piaga del desiderio. Porto la mano sulla tua fronte e dipingi con la tua lingua da maga incantevole che esorcizza la paura di vivere e la mancanza di amore. I nostri cuori sono sulla giostra e girano le nostre lingue, girano, senza fine girano e svolazzano, svolazzano i cavalli di legno come dei sussurri in un confessionale, come il brivido degli organi invisibili nella chiesa di San Giorgio alla Costa, già dei Santi Giorgio e Massimiliano dello Spirito Santo. Ci inginocchiamo davanti all’altare della bellezza, ci riempiamo il cuore con l’aroma dei tubetti di colore, ripetiamo i nostri nomi, naufraghiamo e trionfiamo nel fervore del piacere quando il pavimento è duro sotto le ginocchia, il pavimento che ruota come la giostra dell’infanzia è come un unguento adatto a guarire le ferite, le nostre lingue in guerra leniscono tutti i dolori e i nostri cuori, i nostri corpi sono unti dal miele dell’amore e svolazzate, svolazzate, bei cavalli di legno! Luna araldica, rotunda domus, ninfea bianca, nel cielo un faro nenufaro, Luna con un occhio solo, Luna moneta d’oro nel cielo di ebano adornato di cristalli. I gabbiani rimangono in silenzio, il chiar di Luna si distende, accarezza il mare, odo le grida delle ragazze sotto le stelle, e galleggia il profumo delle rose sbiadite da millenni e la notte di Luna piena fa bene all’amore. Poi la Luna se ne va, sviene nell’alba. L’estate sta per allontanarsi. La Luna si arrampica e cade, e noi, Vanessa, dove saremo alla prossima lunazione? L’orgasmo è il gemito di ciò che è sommamente vivo, il singhiozzo delle onde, il godimento del vento e poi i corpi rimangono nudi, annichiliti e facciamo l’amore nell’ultimo raggio di Luna e poi facciamo l’amore nel primo raggio di Sole. Chissà quando tornerà la piena Luna d’estate, la notte di Luna che fa bene all’amore? In nome del Sole, in nome del sale del Mar nero, del cielo blu dei tuoi occhi, del vento che fa volare gli ombrelloni sulla spiaggia, ti amo. Sei il sale della terra. Sei il sale sul pane dei pastori di Virgilio. Sei il sale del viaggio della mia vita. La mia lingua cerca di lasciare il segno sulla tua pelle che brucia. Tutta cosparsa di sale, innevata, gustosa, impregnata di sale, esci dal Mar nero. Lecco il tuo guscio, Vanessa. Vanessa l’acqua fresca dei giorni d’estate. Nel gelo, l’inverno scorso, la stagione dei morti, un giorno chiesi: – Posso prenderti per la mano? – Sì. Sarebbe bello riscaldarsi alla fiamma di un fiammifero, diceva Karen, la piccola venditrice di fiammiferi. Dissi: – Sarebbe bello riscaldarci alla fiamma dell’amore. Vanessa il camino ardente di braci dei giorni di neve, dove luccica il seme dell’oro. Vanessa, farfalla azzurra nel cielo blu, si sente il tuono, l’acquazzone ci sorprende. Le gocce accarezzano i tetti. L’odore della pioggia lievita nell’aria. Assaporo il gusto del tuo guscio. Era la stagione dei morti, nel gelo, l’inverno scorso, una notte chiesi: – Posso abbracciarti così? – Sì. Inventammo l’abbraccio perfetto. Vanessa, il sale sulla tua pelle bagnata dall’acqua del mare. Ci saranno ancora nuvole nel cielo quando sarò morto. La mia anima vivrà nel cielo, nell’inferno dei tramonti, sepolta tra le nuvole come oggi affondo tra le tue braccia. La Luna cammina nel cielo, sparge il sale del desiderio a manciate e si celebrano le nozze del mare e delle lacrime, le nozze della Luna e del seme d’amore e passi la lingua sulle tue labbra avide di piacere. Pioggia di fine estate sulla tua pelle, perle di una collana. Alla fine dell’estate ti ricorderai dell’estate più bella, Vanessa, quando sarà venuto il mio ultimo inverno? I gabbiani non ridono più. La morte dell’estate farà fuggire i poeti in qualche esilio migratorio. La Luna si issa in cielo più tardi, la notte l’ha già rosicchiata, oscurata. L’orizzonte, fin dalla mia infanzia, risuona dall’abbaiare di cani lontani. I cimiteri sono pieni di tombe dove gli scheletri darebbero tutto l’oro del mondo per vivere un altro giorno, un’ora, un quarto d’ora, il vento e il Sole sulla pelle, un orgasmo. I cimiteri sono pieni di ore sprecate, gettate nel nulla. I bambini morti troppo giovani vorrebbero ancora un pomeriggio al Sole. Ci sono nell’aria grandi raduni di uccelli invisibili in attesa del segnale, che verrà dal cielo, di migrazione. All’ombra dell’ultimo giorno d’estate, piegheremo gli ombrelli bianchi, chiuderemo le scatole di vernice, le vacanze saranno finite. Gli ombrelli bianchi, rossi, blu, nell’ultimo tramonto dell’estate e nel vento si stringono l’uno contro l’altro in attesa dell’inverno. Dimmi, Vanessa, rileggerai le mie poesie quando sarò morto? Bambino, giocavo ad accarezzare il Sole tra le palme delle mani e mi sognavo gisant. Ricordo il vento, sotto il cielo bianco di una spiaggia normanna, avevo cinque anni, una mattina avevo rinvenuto il cadavere, alla fine dell’estate, di un cane trascinato dalle onde. L’autunno, l’autunno annuncia la morte invernale. Gli Dei non sempre mi hanno protetto, quanto avessi meritato, dalle carogne umane. Ricordo l’ultimo giorno di vacanze mai esistite, estati mai vissute, molte estati, l’addio ad una spiaggia vuota. Alla fine dell’estate stringevo nella mia mano la mano di un’assenza. Quando avevo vent’anni non eri nata ma soffrivo la tua assenza, Vanessa e ti disegnavo con le nuvole. Ero commosso dalla malinconia dell’autunno che stava arrivando, tutto era serena malinconia, fascino prezioso dell’estate morente. Gli Dei non sempre mi hanno protetto, quanto avessi meritato, dai puttanelli e dalle puttanelle. Alla fine dell’ultima estate non sarò altro che uno scheletro e le mie mani, che una volta giocavano a giocolare con il Sole, le mie mani riunite sul mio petto si stringeranno. Anche scheletro, forse proverò ancora ad alzarmi su un gomito per lottare, come fanno i morti di pietra delle cattedrali. L’arte scrive, dipinge, canta i giorni che non torneranno, la carne che marcirà sotto terra, e tutto ciò che se ne va ben prima del grande viaggio con la malinconia di un sorriso. Quante emozioni, ancora, al crocevia tra fine estate ed inizio inverno? Ricordo i cerchi umidi che la sabbia bagnata della spiaggia improntava sulle mie ginocchia, quando ero bambino. Finiscono le estati, anche l’estate più bella. Tempestoso crepuscolo autunnale e riflessi del mare, i vestiti di seta di Vanessa cambiano colore e frusciano dolcemente e scorrono come sabbia tra le dita della clessidra, tre boccioli fioriscono, i suoi capezzoli si induriscono quando ho mille e tre mani e bocche. È l’ora grigia di Chopin, le nuvole attraversano il cielo, il cielo ha la tristezza del prigioniero più vecchio del mondo. Le ragazze di ieri sono morte, hanno freddo nelle loro tombe. Le sagome delle ultime ragazze dell’estate, come François Villon il 15 gennaio 1463, all’orizzonte svaniscono. Vanessa è seta, Vanessa ha sete, il nostro letto sotto la Luna è piuma chiara dove sussulta tutto. L’autunno ha il colore della ruggine, verde è il mare, la pelle di Vanessa è di pietra calda. I corpi ballano e mescolano le loro schiume. Lingua di perla, mano di raso, sesso di muschio, il Sole, la voce di Vanessa ha cosparso il cielo di gocce di limone. La sabbia della spiaggia si addormenta nell’ombra dorata, le dune di velluto argenteo luccicano, gli occhi di Vanessa brillano, pietre preziose. Il colore delle cose d’amore. Mi sono innamorato di un angolo di Mar nero. Gli uccelli migratori non cantano più sugli alberi dove si erano radunati. Tutto ciò che rimane è la musica della cavalcata delle nuvole. Ascolto il silenzio. Il silenzio è Vladimir Horowitz nella terza Consolazione di Franz Liszt. Il silenzio è Beethoven diretto da Wilhelm Furtwängler a Berlino nel 1943. Il silenzio è Carl Orff. Il silenzio è Richard Wagner. Il silenzio è Richard Strauss diretto da Herbert von Karajan. Il silenzio è Clara Haskil nel secondo movimento del ventitreesimo concerto di Mozart. Parole di silenzio, gesti di silenzio, nel silenzio Vanessa oscilla, i suoi capelli danzano. I suoi fianchi, in curve brekeriane. Sulle cime l’amore è mistico, mistero oscuro lacerato dalla luce. Gli occhi vedono nella notte e si percepiscono i sussurri che nessun altro può sentire, ascoltiamo il silenzio, immenso, dentro l’orgasmo. I fiori colorati di Vanessa lasciano nel cuore e nelle mani la delicatezza dell’alba e del tramonto. Farfalle nabokoviane a zigzag di suoni e colori, di fiore in fiore, api raccogliamo il miele attraverso le fioriture dell’appagamento. Così Basil Duke Lee innamorato di Minnie Bibble. Per le notti dei tuoi seni di Luna piena, seni in pera, pelle di pesca, carne di albicocca, capezzoli di prugna, bocca arancia, Vanessa, sul Mar nero, blu e verde, nello specchio, quando socchiudi gli occhi, quali spettri attraversano il passato? In ginocchio, inaspettatamente, in estasi, rapimento mistico, pericolo imminente di piccola morte, ubriachezza dei corpi trafitti da frecce di fuoco, la carezza effimera ha sapore d’eternità. È l’amore divoratore, la sete impaziente degli Dei e delle Dee che nel delirio del desiderio si implorano a vicenda finché lo spirito sgorga tra le labbra come la cera delle candele delle chiese veneziane in una stessa luce dorata. Per le notti dei santi dell’ultimo ghiaccio, i poveri morti nelle loro tombe fredde devono essere così tristi mentre le loro donne fanno l’amore. Nello specchio, quando socchiudo gli occhi, quali spettri attraversano il Tempo, venuti dal futuro in cui avrò le mani giunte sul petto e che spettro avrò attraversato lo specchio? Ogni bacio era il primo, ogni bacio era l’ultimo. Ma tu, Vanessa, con chi farai l’amore quando io giacerò tra specchio e spettro, spettro e specchio? Il Mar nero è turchese. La Luna, un palloncino rosa, arancione, rosso, dorato come le foglie morte, al tempo della mia giovinezza, a Saint-Germain. Sfera piena, rotonda, gonfiata con un leggero gas di luce, la Luna che sale nell’aria si pone sull’orizzonte dell’esilio ovidiano, palloncino sfuggito dal filo tenuto dal bambino che fui, naso in aria, a guado di nuvola in nuvola, Luna di carta, di tessuto, nel vento tremante, Luna alata. L’acqua del Mar nero è calda di notte. Sotto il flusso e riflusso, i piedi affondano nella sabbia, sulla spiaggia deserta sotto gli occhi del Signor Vento e della Signora Luna. Il piacere irrompe. I corpi sono schiacciati dalle emozioni, insaziati e poi appagati. Travolgente il piacere doloroso di vertigini tremanti. Mi dirò sempre che mi hai tradito prima di conoscermi e voglio che tu chieda perdono e lungamente ti guardo abbeverarti e bevi il mio seme. Poi mi tradirai quando sarò morto e voglio che tu chieda perdono e lungamente ti guardo abbeverarti e bevi fino all’ultima goccia della schiuma del mare, spargo una pioggia che non finisce mai, bevo il tuo perdono. Luna rotonda, luminosa, colorata nascosta dietro una cortina di nuvole, sono gli ultimi fuochi d’artificio della stagione, razzi, soli, cascate infuocate, fuochi di Bengala, urla di orgasmo. Nera è la notte, come ai tempi della mia giovinezza quando guardavo da un castello medievale, sopra il Mediterraneo, le nuvole d’argento volare nella tua luce pura, Luna. Forse la Luna è scoppiata, come il cuore crepa di crepacuore. Nel silenzio della notte, come un passo lungo il corridoio di un ospedale per l’ultima visita ad un morente, un battito di cuore il vento che sferza gli alberi, un battito di cuore il mare, un battito delle arterie, del polso, delle tempie le campane nel bagliore silenzioso delle candele, l’acme del furore scintillante tra le tue cosce. Rotazione della mola e vortice dell’acqua, la pulsazione del mare, il tuo respiro gonfia, eco di un’eco. L’orologio del cuore scartoccia le ore, i minuti sotto la carne del tuo seno aggraziato, il cuore che batte cuore a cuore, echi di sfumature, alternanze di colori caldi e freddi, la campana dei morti e la Fenice con le ali estese sul rogo del desiderio. Vanessa per me più bella di Agostina Belli, Ornella Muti, Isabelle Adjani, Rosanna Schiaffino e Antonella Lualdi, più bella delle Sublimissime, Leni Riefenstahl e Lída Baarová, Sunsiaré de Larcône e Lou Andreas-Salomé. Simili al vagabondo che raggruzzola i detriti dei naufragi, raccogliamo nelle immensità di uno specchio il battito dei nostri cuori, cuore a cuore, i nostri cuori che si amano d’amore. Ricordo la prima passeggiata, la notte dei gatti bianchi, nel nostro kraj d’amore sul Mar nero. Siamo passati dal solstizio d’estate all’equinozio d’autunno. Oggi è l’ultimo bagno settembrino di mare. Gli ombrelloni di tela, bianchi, colorati non ci sono già quasi più, e niente più bagnanti. Le alghe, le meduse trasparenti i cui lunghi tentacoli galleggiano sull’acqua, hanno ripreso possesso della spiaggia. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro dell’ultimo bagnino. Le onde e le correnti disegnano nella sabbia linee parallele, così gli anelli scolpiti nel legno di una quercia abbattuta rivelano la sua età. Le alghe assomigliano al vello pubico delle ragazze nubili. A noi, l’ultimo bagno della stagione nel kraj d’amore, il nostro Varykino sul Mar nero, l’ultimo ballo della stagione. Forte l’odore della marea. Il mare d’inverno disperderà sulla riva le barche scomparse. Le alghe nere e bionde si intrecciano sull’acqua, le foglie degli alberi neri si tingono d’oro. Gli uccelli iniziano a migrare per sfuggire ai gelidi venti. Vanessa, con i tuoi costumi da bagno dalle righe blu e bianche, le tue gonne corte, il tuo viso incorniciato dalle trecce lucenti, Vanessa con la tua voce che ha il suono del limone, il gusto del re minore, Vanessa con i tuoi modi da principessa, Vanessa dal viso ovale, dagli occhi cieli chiari, dalla bocca fruttata, dai tratti delicati delle bambole di terracotta di un tempo, Vanessa dall’immenso talento d’intelligentia e d’opera, Vanessa mia della più bella estate, oggi è l’ultimo bagno settembrino di mare. Fu una bella estate. Sole conchiglia e madreperla, il sale leccato sulla tua pelle, chicchi d’uva freschi che si rompono sotto il dente, gocce dei rovesci e delle tempeste, lacrime di cielo, la translucenza e il mistero che popolano i tuoi dipinti quando la missione dell’artista è di sparpagliare bellezza sul mondo che ha disatteso ogni bellezza. A Varykino, il nostro kraj d’amore sul Mar nero. In neve e nuvole e schiuma di tela mussolina, le meduse traslucide, fosforescenti galleggiano come bolle di sapone nell’aria del Jardin du Luxembourg, ai tempi dell’infanzia, che scoppiavano nel vento. Tante conchiglie incastonate nella sabbia dove cammino, io, l’ultimo Coquillart, amante della Conchiglia. L’estate lancia i suoi fuochi estremi, vezzeggia gli occhi di Vanessa con i suoi raggi e adorna il suo viso con la sua bronzea luce. La polvere di Sole fiocca, mi ricorda già lo sfumato della memoria. Nell’ultimo Sole di tarda stagione, capezzoli di Venere e fianchi sodi, conchiglie bianche, stella di innocenza e fantasticheria, Vanessa sparge petali nel vento, Vanessa a piedi nudi nella sabbia, lungo il mare, ballerina in neve e nuvole e schiuma di tela mussolina. Era un quatre-quarts, farina, burro, zucchero, uova. A me piaceva la sua punta acida di limone sulla spiaggia normanna, dietro le finestre sulle quali echeggiava la pioggia della Manica, nelle giornate invernali d’infanzia. Più tardi ho vissuto sotto Soli dove crescono il mirto, l’olivo e il limone. Era molto prima dei tempi in cui il dolore corre nel cuore, nel corpo corre. E così attraverso l’oceano dei secoli, delle nuvole, delle sabbie dei deserti, ricordo l’odore delle gemme in primavera e dei fuochi di legna in montagna, gli aromi dei fieni e delle vecchie pietre. Il Mar nero è turchese. Ecco il trentaduesimo quarto di vento dell’ultimo giro d’orizzonte, l’ultimo quarto di sospiro, l’ultimo quarto d’ora, l’ultimo gioco è la scorza delle cose, i ricordi che sanno di cedro, di arancia amara, di zucchero e di vaniglia, il sapore del quatre-quarts sulla spiaggia normanna, dietro le finestre sulle quali echeggiava la pioggia della Manica, nelle giornate invernali d’infanzia. Io e Vanessa scambiamo baci succosi come le angurie delle giornate estive e poi rimarrà il sapore di limone. La sera, il cielo è pieno di stelle. Luci della città, in riva al mare. La morte drappeggiata di nero e di vento nel crepuscolo aureo, la vita e la morte danzano, si baciano, si uniscono. Cavalli di legno sulla giostra, abbiamo fatto un bel giro. L’estate più bella, un brivido, i corpi fusi in un’unica carezza, e poi verrà la pace del viaggio senza ritorno. Quando sarò l’ultimo viaggiatore e che camminerò fino al porto dove la nave starà per salpare. Avrò tanto navigato. Al calar della notte o alle prime luci del giorno nascente getterò l’ancora, sai, Vanessa, dall’altra parte delle nuvole. La giostra del destino. Ultima piroetta della stagione. La mattina, il cielo è pieno di Sole, in mille scintille il Sole ha fatto il giro del mondo. Gli occhi di Vanessa nel loro bagliore blu. Quando andrai senza di me, Vanessa, ti ricorderai a volte di me che ti ricorderò nelle pagine di un libro e il Sole del Mar nero brillerà come stasera nel cristallo che trema, vibra, suona e ride, quando facciamo l’amore nello specchio che tintinna nell’aria dove la vita espira e a volte si rompe il cristallo dello specchio che riflette la luce. Nel silenzio, il suono della gioia serena, la musica della purezza, il colore che non cessa mai di cantare in echi di piacere. Prima del quinto atto, quando il sipario scende e non si rialza più, sulla tela bianca dei tuoi dipinti, Vanessa, l’immagine delle cose che i morti dimenticano e, peggio ancora, che i vivi dimenticano. Quel giorno mi sarebbe piaciuto questo o quello. Una fata avrebbe dovuto farsi viva. Naturalmente, l’infanzia non avrebbe mai dovuto finire. Sarebbe forse stato necessario, a volte, fermare i cinque minuti che compongono il tempo della vita vera. Ma anche no. Se un’estate non è stata, era scritto. Cinque minuti in più non avrebbero cambiato nulla. Se qualcosa fosse stato come era stato sognato, forse tutto sarebbe crollato ancora più velocemente. Nulla è morto del poco che fu bello, rimane cristallo di Tempo, il poteras della prima bucolica, le rose di Dino Campana, le rose di Jens Peter Jacobsen, il sorriso dell’Irresistibile e bambini, cinque come le dita della mano, che giocano nelle nuvole. Bello suicidarsi prima della fine dell’infanzia. Beati, voi che non avete capito nulla. Se un’estate è stata, era da scrivere. Bel tempo della bella estate, bel tempo della vita che è stata. Poi il silenzio. Ab-solutus. L’aria della notte è carica del tuo odore di musco, colore ruggine, corteccia delle betulle, pietra della nostalgia, odore delle cose dell’amore, la testa gira come se avessimo bevuto nettari inebrianti, o come se fin dall’infanzia non avessimo più respirato. L’atmosfera ci penetra, le mie dita, la mia lingua e la mia carne si deliziano della tua farfalla mielata, lo stigma del pistillo si apre in piena fioritura. Ci svegliamo al Sole dell’alba che dipinge ombre sulle tende, ascoltiamo il suo silenzio più profondo, il sipario si alza, teatro del nuovo giorno, il nostro amore ci stupisce. Come la tessitrice avvolge diversi lunghi fili di canapa l’uno intorno all’altro, torcio a spirale, in una torsione, il vento d’estate piega gli alberi come un rotolo di fili di seta, oro, argento, erotica elica, le tue areole temprate sotto la sinuosa suzione. Sulle dolci curve tue, il piacere si inerpica all’assalto dei tuoi seni a pera. Vanessa increspa il lenzuolo in sinuosità di musica e colori, Vanessa si dispiega e serpeggia, un minuto, lungo minuto, che minuto, ghiaccio e febbre, dolcezza, sapore, odore, calore, colore. Rose e gigli sparsi in pioggia di seme su di uno scudo araldico, le nostre ombre si abbracciano sullo schermo delle tende, abiti sfocati e vaporosi dell’alba dove i nostri baci si imprimono un attimo sul tessuto leggero nel vento, al Sole. Ricordo il giorno in cui ti incontrai, crepavo dal freddo e non facevo all’amore da millenni, non avevo mai fatto all’amore e come avrei potuto credere che l’amore ti avrebbe spinta verso di me e che al mio cuore infuocato avrebbe risposto l’eco del tuo cuore infuocato? Oggi spargo il mio amore sul mondo per prendere dei contorni della tua carne scultorea l’impronta. Stampo i tuoi seni nella seta delle mie mani. Vanessa chair de poule, pelle d’oca, Vanessa che tremi dalla testa ai piedi, bianca e dorata nella dolce notte, ti palpo, opera d’arte, ti plasmo. Le mie mani setacciano la tua schiena laddove gira per inclinarsi in due colline. Passano le Lune piene, rotolano i Soli dorati, i globi del tuo corpo attraverso lo spazio della notte, il desiderio risorge e l’amore ci appartiene quando scolpiamo il momento tra le nostre mani e ora abbiamo fatto la guerra, la pace e l’amore, Vanessa, l’amore per mille millenni e per tutti i millenni della mia morte. E come ai tempi dell’infanzia, sulle corde del mio violino dove le mie dita oscillavano, sfioro, tasto, lambisco la tua collinetta in un lungo vibrato. Il tuo diapason freme insieme a me, il vento rinfresca i nostri corpi sudati e ti vengo in bocca come viene in bocca il sapore delle labbra e dei baci e dei ricordi che non andranno mai più via. I nostri cuori battono all’unisono. Vanessa, 1,6180339887.
Olivier Mathieu.
Texte de prose poétique, écrit directement en italien.
Version (fin 2024) revue et corrigée.

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